Ai tempi del liceo, una delle mie attività preferite era quella di rimembrare in gruppo, magari anche cantandole, le vecchie sigle dei cartoni animati giapponesi. Come ogni sfaccettatura della propria infanzia - fumetti, film, dischi e gli stessi cartoni - pensavo naturalmente che quelle sigle erano migliori di quelle attuali; adesso sono abbastanza intelligente da non limitarmi alle stesse letture, agli stessi film, alla stessa musica o agli stessi cartoni animati “dei miei tempi”, penso, ad esempio, all’universo Ultimate, ai Radiohead, agli Incredibili o alla serie di Inuyasha. Ma le sigle no. Quando ero piccole le sigle erano davvero più belle.
Negli ultimi anni ho trasformato il mio hobby da liceo in una vera e propria ricerca degna del peggior voyeur, raccogliendo, scambiando, scaricando, registrando, costruendo un archivio che possa chiamarsi tale, in continua evoluzione, e che inizia finalmente a lasciarmi soddisfatto: se al liceo cantavo coi compagni di classe quelle sigle, adesso organizzo delle vere e proprie serate, sempre accolte con enorme entusiasmo, tanto da non farmi sentire troppo otaku. Anzi. Accetto sempre nuove richieste con felicità, riscoprendo continuamente qualche pezzo dimenticato della mia infanzia.
Incredibilmente, col passare del tempo, le sigle aumentano e aumentano, e tutti le ricordano, e tutti, soprattutto, le cantano… solo che non parlo di trenta o quaranta sigle, ma di centinaia e centinaia di cartoni animati; giunge, dunque, un ragionevole dubbio: abbiamo davvero visto tutta questa roba? Siamo davvero più alienati di qualsiasi oscura ipotesi mai prodotta dai nostri amati psicologi infantili che censurano episodi di Georgie come fossero film porno? Sì? In effetti mi ero anche spaventato, per un periodo. Invece no, e la soluzione è anche molto semplice.
Noi non guardavamo i cartoni, ma le sigle, perché erano belle e perché montate c’erano le immagini che bastavano per sapere tutto di quella serie, o almeno della prima puntata. E’ assolutamente impossibile avere seguito tutti quei titoli, va bene qualche puntata sporadica, ma non l’intera serie. Certo, è chiaro che i cartoni ricordati con più passione sono quelli seguiti sul serio. So di avere visto tutto Sasuke, Cuore, Daitarn III, Voltron (sì, per me era Voltron…), Maison Ikkoku e molte altre (e penso che anche la lista dei cartoni che ho effettivamente visto farebbe comunque preoccupare qualcuno), ma in effetti non ho seguito tutte le serie di cui so le parole della sigla a memoria, io come gli altri. Questo basta per tranquillizzarmi. Credo di non avere mai visto nulla, all’epoca, di Godsigma (e la sigla è in assoluto una delle mie preferite), così come di Babil Junior o di Daikengo. E anche qui l’elenco potrebbe essere molto lungo. Dopo questa prima analisi, non contento, iniziai a chiedermi come mai conoscessimo questo numero spropositato di cartoni.
Nel 1976, su Rai 1, venne trasmessa la prima puntata di Heidi, primo cartone animato giapponese ad approdare in Italia; ma la vera data da tenere d’occhio per gli appassionati è il 4 aprile 1978, giorno della messa in onda del primo episodio di Goldrake: distruggi il male e và, si trasforma in un razzo missile eccetera. Contemporaneamente, nascono le reti private, Canale 5 su tutte, Goldrake era tosto e andava fortissimo come audience, acquistare i diritti di una serie giapponese costava meno che produrne una, o anche di una serie americana, e così, improvvisamente (ecco spiegato tutto), ci siamo ritrovati con quasi vent’anni di animazione giapponese, da Astroboy a Lady Oscar, tradotta, doppiata (a volte malamente), e schiaffata in televisione per la nostra gioia e confusione.
Cosa guardare prima? Come procedere? Troppi, davvero troppi. A quel punto, come i corti di Elio e le Storie Tese, bastava la sigla per fare da filtro, per capire se una serie andava davvero seguita, con una funzione completamente persa ai giorni nostri, dove i cartoni sono pochi e accavallati solo in parte. All’epoca, invece, la situazione era davvero tragica: Mazinga o Diapolon? Emi o Gigì? Mimì o Jenny? Ippotommaso o Tamagon (no, questo dilemma credo non se lo sia posto nessuno)? E la Balena Giuseppina? Chi diamine la guardava?
Insomma, la mia generazione ha avuto un bombardamento mediatico di anime giapponesi come neanche gli stessi orientali hanno avuto. E questo, da un lato è abbastanza preoccupante, ma dall’altro, non lo nego, mi fa godere come Gigi la Trottola alla vista di una mutandina bianca.
Torniamo alle sigle. A mio avviso, la migliore è forse quella di Daitan III, eseguita dai Micronauti, tanto epica da supportare un cartone che col passare degli anni ha perso gran parte del suo carisma, ma, senza dubbio, il premio assoluto va di certo al fenomenale Riccardo Zara e ai Cavalieri del Re: quest’uomo, con costanza e passione, ha firmato una lunghissima serie, tutta vincente, di meravigliose sigle, da quelle stracitate, come l’Uomo Tigre, Sasuke, Lady Oscar, Devilman (la mia preferita) o Yattaman, a veri e propri gioiellini, un po’ meno osannate, ma di grandissimo gusto musicale, come Ransie la strega, La spada di King Arthur, L’Isola dei Robinson, Cuore o La ballata di Fiorellino. Che armonie, che incisi, che variazioni!
Altro gruppo storico sono sicuramente i Rocking Horse, bastano Candy Candy, Dr Slumpo’& Arale e Sampei a farci intuire la caratura di questa straordinaria formazione; inoltre Doug, il cantante principale, è anche la voce della versione in 45 giri di Jeeg Robot d’Acciaio, grandiosa sigla densa di leggende metropolitane: no, non è Piero Pelù a cantare la versione del cartone (con la base giapponese), ma quel poveraccio di Paolo Moroni (in arte Fogus), interprete poi, fra l’altro, di Ryu il ragazzo delle caverne (sempre sulla base giapponese). Continuando la catena, la sigla finale di Ryu è cantata da Georgia Lepore, splendida voce della meravigliosa sigla del Conan di Miyazaki e della dimenticata Peline (che, in effetti, non è mai stata troppo fortunata).

Di grande livello musicale, poi, sono le sigle Atlas Ufo Robot e la rispettiva sigla finale, Shooting Star, scritte, fra gli altri, da Vince Tempera e Ares Tavolazzi (bassista di un gruppo a caso: gli Area, cercateli, e capirete di quale caratura stiamo parlando…), e non posso non citare la grande verve di Nico Fidenco nelle sue poche, ma incisive, sigle, Sam il ragazzo del west e Cyborg 009 su tutte, senza dimenticare i Superobots, che con Daltanius (straordinaria! superbalestrafreccespadalameboomerang) e Il Grande Mazinga conquistano un posto di rilievo nell’olimpo delle sigle di un tempo.
Tecnicamente insuperabili sono quella di Vultus V, interpretata da Lory e Daniele, con una incredibile sezione ritmica, piena di controtempi, e la sigla di Gackeen, dei Minirobots, con una linea di basso entusiasmante. Caso a parte, Castellina Pasi e la sua orchestra con l’ammaliante valtzer di Lupin III, pezzo decisamente di gran classe.

E i Mostriciattoli? Con le due divertentissime sigle di Carletto e il principe dei Mostri? L’incursione degli Oliver Onions in Galaxy Express (chi ha visto Bomber?)? E la Banda dei Bucanieri con Capitan Harlock? Atro Robot? I Gatchaman? Trider G7? La dolcissima e sofisticata sigla dei Magici bon bon di Lilli? Rocky Joe? Starzinger? Che dire poi di quella di Lamù, fra le più divertenti ed efficaci, anche meglio dell’originale giapponese?

E alla fine, insieme ai Puffi, giunse lei. Sapete già di chi sto per parlare: una vera e propria istituzione! Sono stufo di sentire solo critiche e condanne nei suoi confronti: alla fine non è neanche autrice delle canzoni, e non è colpa sua se non trasmettono più cartoni nelle reti private come un tempo. In fondo, quando guardavo Ken il Guerriero (mai, mai, scorderai… Spectra docet), subito dopo, una sigla di Juny Peperina ci stava anche bene, come Creamy, Emi, Bum Bum, Occhi di Gatto, Pollon, Lovely Sarah, Georgie, Kiss Me Licia o Memole dolce Memole (ah, quale capolavoro!). Grandi brani anche quelli. Anzi, è proprio lei il metro per meglio intuire come le sigle stiano andando verso il disastro musicale e melodico (tranne qualche eccezione, come Un fiocco per sognare o Un incantesimo dischiuso fra i petali del tempo).

Ammettiamolo, i testi sono sempre stati un po’ ridicoli, praticamente in tutte le sigle (solo i soliti Cavalieri del Re mantenevano un certo ritegno), ma le musiche sono davvero calate terribilmente in qualità. E non propinatemi la versione secondo la quale si cerca di fare un’arrangiamento al passo coi tempi, neanche la più squallida Boy Band annovererebbe fra i suoi successi la sigla di Pokemon (ricordo lo shock subito nell’ascolto della sigla di Batman e degli X-Men), e, oltretutto, per rammentare la melodia di una strofa è necessario rivedere una sigla decine di volte (ho capito! È una tecnica per fare seguire il cartone al bambino! Che stupido a non pensarci…), ecco perché torna sempre Zara e tornano sempre i Cavalieri del Re, da bambino non ascoltavo musica e la musica che c’era in casa, o fuori, non c’entrava nulla con Mach 5. Mai sentita negli anni Ottanta una sigla in stile Spandau Ballet.
Invece, i Cavalieri mi hanno insegnato ad ascoltare buona musica, costruita con gusto e intelligenza; non credo sia un caso se hanno ripescato la vecchia sigla di Lady Oscar nelle ultime repliche. Non lo fanno spesso, o non lo fanno proprio, ma gli psicologi e gli educatori dovrebbero riflettere su quanto una buona sigla accresca la cultura di un bambino, invece di assecondarli a seguire alcune stupide tendenze che fra qualche anno saranno dimenticate.

Ecco perché poi uno se la prende con lei, perché, purtroppo, è il simbolo della fine di un’era e l’inizio di un egemonia strumentalizzata. Ma in fondo siamo stati fortunati come pochi, a volte ci beccavamo anche le sigle in giapponese (e i cartoni americani in lingua originale? chi li ricorda?), forse adesso siamo nella norma, solo che a noi, generazione di sigle, starà sempre un po’ stretta.
Dunque, per chiunque sia interessato, organizzo maratone di robot e maghette a casa mia.
W la cultura, W Fantaman, W i Genesis di Peter Gabriel.